Rapporto "C'è chi dice NO" Palazzo Popolo Orvieto 17 Marzo 26


L’origine del nome Serancia nasce come derivazione da Saracino (ipotizzando che in passato nell’area si svolgesse un evento noto come la “Corsa del Saracino”).
Vi è però un’altra interpretazione che si rifà alla figura dei “serralancia”, persone che risiedevano nel quartiere ed erano deputate alla vigilanza della città che avevano appunto il compito di “serrare” le porte cittadine in caso di pericolo. In effetti, il simbolo di due assi incrociate richiama all’idea di chiusura.
Il nome del quartiere è legato alla stella di un’antica icona della Madonna a conferma della profonda venerazione che la città di Orvieto ha sempre avuto per la Vergine ed infatti, la stessa cattedrale che si erge nella bellissima Piazza Duomo, è dedicata a Santa Maria Assunta come anche la chiesa preesistente era dedicata proprio a Santa Maria della Stella.

Non abbiamo chiuso una campagna. Abbiamo condiviso una responsabilità.
La serata di Orvieto non è stata un punto di arrivo, ma un momento di restituzione: a una comunità che in queste settimane si è rimessa in cammino, che ha discusso, si è interrogata, ha scelto di non restare indifferente.
A tutte e a tutti coloro che hanno reso possibile questo percorso va un ringraziamento autentico. A chi ha organizzato, a chi ha parlato, ma soprattutto a chi ha ascoltato con attenzione e partecipato con coscienza.
Il Partito Democratico ha fatto ciò che deve fare un partito quando è all’altezza della propria storia: esserci
Con discrezione, senza pretendere di mettere il proprio nome sopra un sentimento che è più grande, più largo, più profondo.
Perché la difesa della Costituzione non appartiene a una sigla.
Appartiene a una comunità viva, fatta di cittadini, di comitati, di persone che si riconoscono in un’idea esigente di democrazia.
Noi siamo stati, e continueremo ad essere, al loro fianco.
Non per guidare, ma per sostenere.
Non per occupare, ma per custodire.
In un tempo che spinge alla superficialità e alla dimenticanza, scegliere di informarsi, di confrontarsi, di prendere posizione è già un atto di libertà.
Ora questo cammino entra nel suo momento più semplice e più alto insieme: il voto. Il 22 e 23 marzo ciascuno sarà solo, davanti a una scheda. Ed è proprio in quella solitudine che si misura la qualità della nostra coscienza civile.
Andare a votare significa dire che la democrazia non è un’abitudine, ma una scelta.
Che la Costituzione non è un testo da citare, ma un patto da onorare.
Per questo l’invito non è soltanto a partecipare.
È a farlo con consapevolezza, con rispetto, con quel senso profondo di responsabilità che ci lega gli uni agli altri.
Perché, in fondo, prendersi cura della democrazia significa prendersi cura della comunità di cui siamo parte.
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